Nome: Totti #10 Un vero tifoso giallorosso
che non perde di vista la
propria obiettivitĂ nonostante
un grande amore per questa
Magica squadra e del suo
condottiero Francesco Totti!!!
Ciao Presidè!
AVE PATER
NOSTRUM!!!
Franco
Sensi
29 luglio 1926 - 17
agosto 2008
La mia musica
My Blog
Odio
Silvio Berlusconi!!!
Desclaimer
Questo blog non rappresenta una
testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicitĂ . Non
può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del
7/03/2001.
Se qualcuno volesse utilizzare immagini e/o post pubblicati su questo blog lo faccia pure purchè avvisi di averlo fatto, visto che passo molto tempo a cercare le notizie e le immagini più interessanti ed accattivanti.
Grazie per la collaborazione e
FORZA ROMA!!!
I vergognosi cori all’indirizzo hanno un prezzo per il giudice sportivo, che ha inflitto 10.000 euro di multa alla società toscana. Il Siena è stato multato dal Giudice Sportivo per i cori dei suoi sostenitori rivolti a Daniele De Rossi. La squadra toscana è stata sanzionata per 10 mila euro, a causa di cori «insultanti e intimidatori» nei confronti del centrocampista romanista. Di 10 mila euro anche la multa nei confronti della Roma per il lancio da parte di alcuni tifosi, di due bottigliette di plastica sul terreno di gioco e "nel recinto di giuoco", di "due seggiolini in plastica".
Pur ammettendo il gesto deplorevole dei tifosi dell'A.S. Roma che continuano a far ricevere multe su multe alla nostra Società, mi stupisce la decisione del Giudice Sportivo di dare lo stesso valore ai 2 gesti.
Mi chiedo: sarebbe stata presa la stessa decisione se il "fattaccio" fosse accaduto a Roma da parte di tifosi dell'A.S. Roma o della Lazio o sarebbe scattata la squalifica del campo?!
Questo dimostra, ancor di più, la debolezza politica del A.S. Roma anche se la Signora Sensi si ostina a credere di essere importante per il ruolo di vicario in Federcalcio...povera illusa, come le capita spesso ultimamente!
La prima volta del dopo Luciano Spalletti, nei fatti si è trasformata in una totale, sottolineiamo totale, bocciatura di quel progetto giovani che, non più tardi qualche settimana fa, la dottoressa Rosella Sensi (ri)presentò come fiore all’occhiello della società nel corso della conferenza stampa tenuta a Civitavecchia.
A Siena la linea verde è rimasta a guardare. Chi a casa, chi in panchina, chi in tribuna. Il risultato positivo può anche giustamente far passare in secondo piano, questo aspetto, ma il dato rimane. Soprattutto pensando in prospettiva perché se si punta sui giovani si deve anche sapere che per migliorare, maturare, crescere, questi ragazzi bisogna farli giocare. Altrimenti sarà difficile anche soltanto capire se potranno far parte in maniera solida del progetto Roma per il futuro. In più, anzi in meno, c’è la considerazione che anche nel prossimo futuro, questi giovani sembra oggettivamente difficile immaginare che possano avere lo spazio che la loro età esigererebbe.
C’è un nome su tutti che ci sembra l’emblema di questa situazione. E’ quello di Jeremy Menez, anni ventuno compiuti il sette maggio scorso, il principale prospetto, dicono così quelli bravi, se non altro perché poco più di dodici mesi fa è stato pagato dieci milioni e mezzo di euro alMonaco . A Siena per il talento francese neppure un minuto in campo. E se non fa altro che lo spettatore quando Vucinic e Baptista sono reduci dagli impegni con la Nazionale, con il montenegrino operato il sei agosto scorso e il brasiliano che a Siena è entrato in campo avendo visibilmente ancora il fuso orario da smaltire, quando mai giocherà Menez? Interrogativo che rimane tale anche se, come auspichiamo, la Roma non giocherà mai più con una sola punta di ruolo nella formazione titolare. E Motta? E’ stato l’unico giocatore per il quale sono usciti dei soldi dalle casse di Trigoria nell’ultimo mercato, eppure con Cicinho ancora in fase di recupero, l’ex dell’Udinese è rimasto in panchina per tutti i novanta minuti più recupero. E Guberti? Cioè l’altro nome nuovo (oltre a Lobont) dell’ultima campagna acquisti (si fa per dire). In tribuna a tifare per i compagni. E Cerci? Cioè il ragazzo cresciuto nelle giovanili che sembra avere le migliori potenzialità per potersi inserire nella Roma dei grandi. Lasciato a casa, neppure convocato. E Antunes che fine ha fatto? Come detto all’inizio ci sono molte motivazioni che possono costituire una risposta, ma ci sono anche molti motivi per ritenere che per questi ragazzi il futuro non sarà molto più incopertina. E allora, per favore e perlomeno, non si parli più di un progetto giovani. Almeno per il momento.
Ok...Roma ha vinto, come direbbe Massimo Decimo Meridio, ma in che modo e con che difficoltà?
S'è puntato molto sul difensivismo sperando che poi là davanti Totti con Pizarro (inguardabile a tratti) cavassero un ragno dal buco in una difesa quella Senese che lo scorso torneo è stata la sesta del campionato!
GIoco offensivo bloccato su azioni centrali che la difesa bianconera ha gestito con poche difficoltà, che invece ha avuto la Roma alla prima azione che ha trovato la difesa sguarnita portando all'1 contro 1 Maccarrone (che non segnerà molto ma davanti alla porta diventa un vampiro) e Mexes che ultimamente pensa è il simbolo delle difficoltà difensive di questo campionato (7 gol subito in 3 partite -senza aggiungere le reti subite in Europa League).
Il gioco sulle fascie in questo "bloccare" le zone non è mai stato fatto portando così in difficoltà Totti e Baptista (quest ultimo stanchissimo) a creare difficoltà concrete a Vergassola e compagni.
Forse se Ranieri avesse inserito Riise prima e un Guberti o un Cerci sulla fascia destra probabilmente il gioco ne avrebbe giovato.
Vucinic comunque è l'unico che ha movimenti da attaccante e s'è visto.
Proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma le difficoltà sono evidenti.
Da sottolineare poi la maleducazione e il poco rispetto dei tifosi Senesi che si sono resi protagonisti di un gesto contro Daniele De Rossi spiacevole e di cattivo gusto.
Da evidenziare la bella prestazione di Capitan Totti, di De Rossi e di Vucinic che ha subito inciso appena entrato in campo nonostante la stanchezza dopo le 2 partite della nazionale in cui ha giocato per 180 minuti!
Settimana prossima ancora Toscana: all'Olimpico arriverà la Fiorentina che ha fame di successi e un Gilardino in forma, prima però ci sarà la partita di Europa League, quindi urliamo assieme: FORZA ROMA, NON SARAI MAI SOLA!!!
Che cce posso fa...a me Rosella piace pure fisicamente cacchio!!!
Sono giorni importanti per capire se la trattativa con il gruppo che fa capo a Flick, ammessa anche ieri dall’ennesimo comunicato emesso da Italpetroli e Roma, possa avere sviluppi. Sembra che il gruppo tedesco abbia depositato una cifra “congrua” (si dice intorno ai 100/120 milioni) su un conto riservato. Sarebbe la mossa per dimostrare le intenzioni serie del gruppo, propedeutica per formulare poi un’offerta scritta. Sembra che qualcosa potrebbe accadere nei prossimi giorni. Potrebbe esserci un incontro decisivo, in un modo o nell’altro, tra i rappresentanti legali delle due parti, nel quale il gruppo di investitori dovrebbe presentare l’offerta, che potrebbe aggirarsi sui 200 milioni per l’acquisto del pacchetto di maggioranza. Il gruppo, oltre a Flick, vede impegnato anche Vinicio Fioranelli, agente Fifa, non solo in veste di mediatore, ma con una quota e anche un investitore italiano. Intanto ieri la vicenda si è arricchita di nuovi particolari.
I CONTATTI - Il comunicato, richiesto ancora dalla Consob, ribadisce l’esistenza di una trattativa: «I contatti attualmente in corso con i soggetti interessati che hanno manifestato il proprio interesse sono in una fase di verifica dell’esistenza dei presupposti per poter valutare eventuali operazioni. Nessuna offerta, né da parte dei soggetti chiamati in causa dagli organi di stampa, né da qualsiasi altro soggetto, è stata formalizzata, direttamente o indirettamente, al Gruppo Italpetroli». Non siamo ancora arrivati all’offerta, ma i contatti continuano e, a quanto pare, crescono di livello. Il comunicato prosegue con altri chiarimenti: «Nessun contratto, di alcun genere, avente a oggetto la partecipazione in questione, è stato sottoscritto, né tantomeno sono stati raggiunti accordi, di cui si preveda la sottoscrizione, con qualunque possibile investitore o acquirente». La conclusione è dedicata ai rapporti con Unicredit: «Si coglie l’occasione per ribadire l’assoluta armonia dei rapporti con il gruppo Unicredit, contrariamente a quanto riportato dagli organi di informazione».
SANTACROCE: ´ROMA SQUADRA PIÙ FORTE DEL TORNEO, MA CE LA GIOCHIAMO´
Le dichiarazioni del difensore del Napoli, Fabiano Santacroce:
"Secondo me la Roma, se riesce ad esprime il suo gioco, è la squadra più forte del campionato, ma noi ce la possiamo giocare con chiunque. Ora sto bene sto recuperando pian piano dal problema muscolare. Per l'Uefa e per la Roma sarò a posto".
24-08-2008
DA ULTRAS ROMA STRISCIONE CONTRO NAPOLETANI AL MEAZZA
L'Osservatorio sulle manifestazioni sportive del Viminale non ha ancora preso una decisione in merito al concedere o meno la trasferta dei tifosi del Napoli nella capitale per la prima partita di campionato contro la Roma. A San Siro, durante l'intervallo della gara di Supercoppa italiana, gli ultras della Roma hanno inviato un messaggio che suona d'avvertimento a quelli partenopei, esponendo nel settore ospite a loro riservato, due striscioni offensivi indirizzati agli "Ultras del Napoli".
«Se sarò confermato da Spalletti, mi giocherò le mie carte Mi sento cresciuto e pronto per dare una mano ai compagni»
La Roma su di lui ha rivisto i suoi programmi e questo ha spiazzato un po’ il Bologna. Stefano Okaka, che la scorsa settimana ha prolungato il contratto che lo lega alla società giallorossa fino al 2012, non andrà più via in prestito, dopo essere stato promesso al club emiliano.
Spalletti ha deciso di tenerselo, perchè un centravanti grande e grosso come lui ( ancora?) non ce l’ha. Stasera giocherà al Cairo la seconda partita della stagione con la maglia giallorossa.
Allora Stefano, a questo punto resti alla Roma?
« Non lo so, a me non lo hanno ancora detto, però sono contento di restare, ma anche se dovessi andare a Bologna mi ritroverei in una grande piazza, in una squadra di serie A. Se resterò alla Roma cercherò di giocarmi le mie carte. Mi sento cresciuto, pronto per dare una mano a una squadra importante come la Roma » .
Dopo l’esperienza di Modena puoi giocare anche in altri ruoli, non solo da centravanti?
« Sì, lì ho fatto spesso il trequartista, dietro al centravanti. Se serve posso giocare anche largo. Mi so adattare » .
Come è stato il ritorno alla Roma?
« Mi sento a casa mia. Stavolta a Roma vivrò da solo, i miei genitori non lavorano più a Trigoria. Sono tornati a Castiglion del Lago, mentre mia sorella quest’anno gioca a pallavolo in serie A1 a Busto Arsizio. Sono molto legato alla mia famiglia e quando possiamo ci vediamo spesso » .
Sei mai stato in Nigeria, a conoscere il Paese dei tuoi genitori?
« No, non è mai capitato. Le vacanze le ho trascorse tra Formentera e Ibiza, ho avuto solo venti giorni di stop » .
Francesco Rocca è il suo allenatore dell’Under 19 ed è un suo estimatore. Da tre anni lo seguiva, prima ancora che arrivasse il passaporto italiano.
« Rocca è una persona per bene, mi ha aiutato tantissimo, mi ha fatto capire cose importanti sui metodi di allenamento e sull’alimentazione. Ha la fama di essere un allenatore molto esigente, ma con lui basta rispettare le regole e impegnarsi nel lavoro. L’Europeo è stata un’altra esperienza che mi ha maturato » .
Qual è adesso il tuo obiettivo?
«Voglio continuare a crescere, a sfruttare le mie occasioni. Vestire la maglia della Roma è un onore » .
Spalletti ti ha affidato anche questa volta a Domenichini.
« Con lui ho già lavorato tanto prima di andare a Modena e ho mantenuto un buon rapporto. I suoi insegnamenti sono stati molto utili. Mi fa piacere tornare a lavorare con lui » .
Spalletti ti ha definito la bestiolina
« Davvero ha detto così? »
La scuola come va?
« Devo finire il quinto ragioneria... Mi trovo meglio sul campo di calcio che sui banchi di scuola » .
«L’esperienza di Modena mi è servita ad adattarmi anche in altri ruoli: se serve posso partire largo oppure posso fare il trequartista» «A Trigoria mi sento a casa Voglio continuare a crescere e sfruttare le mie occasioni Ringrazio Rocca: mi ha fatto capire delle cose importanti»
Con la primavera 2 anni fa Contro il Monaco pochi giorni fa
E’ il più giovane marcatore nella storia della Coppa Italia
giovane Stefano Okaka. Quasi un enfant prodige del calcio italiano, che già a livello di settore giovanile, grazie alle sue straordinarie doti fisiche, ha scalato categorie su categorie e che, anche nel calcio dei grandi non ha mancato di farsi conoscere presto. Non è un caso che proprio alla sua giovane età siano legati alcuni primati detenuti dal centravanti classe ’89 di Castiglion del Lago. Il primo record Okaka lo ha stabilito a soli 15 anni. Al suo primo anno romano, infatti, Alberto De Rossi decide di portarlo al Viareggio. Okaka è il più giovane giocatore della manifestazione e ripaga il suo allenatore a suon di gol. Con quello realizzato di testa contro il Bayern Monaco, Okaka è diventato il più giovane marcatore della pluridecennale storia della kermesse viareggina. Un altro primato è legato al suo primo gol da professionista, quello realizzato in Coppa Italia allo stadio S. Paolo contro il Napoli. La rete che fissa il 3-0 della Roma sui partenopei, una rete segnata con una potenza devastante, infatti, consacra Stefano come il calciatore più giovane che abbia mai segnato nella storia della coppa nazionale.
Esordisce in Uefa, il primo gol contro il Napoli in Coppa Italia
palletti conosce bene Stefano Okaka. Non è un caso che il tecnico toscano stia pensando seriamente di tenere a Trigoria il centravanti classe ’89. E’ stato proprio Spalletti, d’altronde, a lanciarlo nel calcio dei grandi. Il 29 settembre 2005, nella gara di ritorno del turno preliminare di Coppa Uefa, con la Roma forte del 5-1 dell’andata, propone il sedicenne Stefano dal primo minuto contro i greci dell’Aris Salonicco. E’ l’esordio assoluto con la prima squadra. Neanche tre mesi dopo, l’8 dicembre, fa il suo esordio in Coppa Italia al San Paolo di Napoli. Non è un esordio come gli altri, perché Stefano a 8’ dalla fine decide di far vedere tutte le sue potenzialità: prende letteralmente a spallate un paio di difensori napoletani, si presenta a tu per tu con Iezzo e segna il suo primo gol da professionista. E’ un gol che gli vale anche l’esordio in serie A. Spalletti glielo regala il 18 dicembre a Genova contro la Sampdoria, a soli 16 anni e 4 mesi. Per trovare il nome di Okaka nella lista dei marcatori di una gara del massimo campionato bisogna aspettare invece il 17 settembre 2006, quando, contro il Siena, realizza il primo, e fin qui unico, gol in serie A.
Strappato al Milan, segna 31 reti già la prima stagione
tefano Okaka approda a Trigoria nel 2004, quando la Roma riesce a prelevarlo dal Cittadella battendo la concorrenza del Milan. Quella del centravanti di Castiglion del Lago è un'ascesa fulminante nel settore giovanile giallorosso. La Roma crede subito in lui e Stefano a soli 15 anni fa il suo debutto con la Primavera nel torneo di Osimo. Quindi 11 gol in altrettante partite con gli Allievi Nazionali (nei quali gioca un anno sotto età) convincono De Rossi a portarlo in pianta stabile nella rosa della Primavera. E' una scelta vincente, con Okaka che diventa uno dei grandi protagonisti della conquista dello scudetto di categoria, senza dimenticare il titolo di capocannoniere e la vittoria nel Torneo di Arco con gli Allievi. In totale alla prima stagione in giallorosso realizza 31 gol, diventando il talento più in vista di Trigoria insieme ad Alessio Cerci. Agli ordini di De Rossi vive altre due stagioni, in cui ai gol con la Primavera alterna le presenze e i primi gol con la maglia della prima squadra guidata da Luciano Spalletti. La scorsa estate l'arrivederci alla casa madre e l'approdo a Modena alla ricerca di minuti con i grandi ed esperienza.
Alberto De Rossi l’ha lanciato.
La lezione umana di Rocca
a crescita calcistica e umana di Stefano Okaka è legata al nome di alcuni allenatori che hanno svolto un ruolo fondamentale nella sua maturazione. A Trigoria Alberto De Rossi ha subito creduto in lui. De Rossi è il tecnico che lo ha lanciato in Primavera a soli 15 anni, l'allenatore che al primo anno in gialliorosso lo ha portato al Torneo di Viareggio e ne ha fatto il centravanti della squadra Campione d'Italia. De Rossi è stato anche l'allenatore che ha saputo riportare Stefano con i piedi per terra quando le lusinghe della prima squadra e l'attenzione dei media sembravano aver distratto il giovanissimo centravanti di Castiglion del Lago. Un ruolo umano e tecnico fondamentale per la crescita del giocatore, così come è stato fondamentale quello di Francesco Rocca che, non più tardi di un anno e mezzo fa, alla prima convocazione in azzurro per uno stage alla Borghesiana, rispedì Okaka a casa dopo pochi allenamenti: poco impegno per il ragazzo di Castiglion del Lago e nessuna convocazione nei successivi raduni. Oggi Okaka è diventato uno dei punti fermi dell’Under 19 di Rocca con la quale a luglio ha partecipato all'Europeo di categoria arrivando fino alla finale persa con la Germania e entrando tra le dieci stesse del torneo.
Con il Modena 33 partite sette reti e tanta esperienza
uella trascorsa in serie B con la maglia del Modena è stata una stagione fondamentale per Stefano Okaka. Un anno che gli ha consentito di fare esperienza e di tornare a Trigoria più forte e più convinto nei propri mezzi. Pronto per giocarsi le sue carte alla corte di Spalletti. Sebbene ancora in età per essere schierato con la Primavera, la scorsa estate la Roma ha deciso di mandare Stefano a giocare da grande. Prestito naturalmente, proprio per permettere al giocatore di tornare utile alla causa giallorossa. Partito per Modena con un nuovo look ( le treccine) e con tanta voglia di fare bene, Stefano non ha deluso le aspettative. Partenza subito ottima, con alcuni gol in precampionato e la prima rete ufficiale realizzata alla seconda presenza nel campionato cadetto contro il Piacenza. Poi un errore di gioventù gli ha procurato due giornate di squalifica, ma Stefano non si è perso d’animo e ha riconquistato la fiducia dell’ambiente giocando complessivamente 33 gare e realizzando 7 reti, tra cui una doppietta messa a segno contro il Bari. In totale con la maglia del Modena Okaka ha collezionato 1739 minuti di gioco e 11 gare giocate dal primo minuto.
L’ESPERIENZA EMILIANA
I suoi genitori sono nigeriani la sua gemella gioca a pallavolo
iciannove anni tra tre giorni esatti. La storia di Stefano Okaka, infatti, inizia il 9 agosto del 1989 a Castiglion del Lago, ma comincia molto prima, con dieci anni di anticipo per l'esattezza, quando papà Austin e mamma Doris decidono di partire dalla Nigeria e di approdare in Italia. Stefano nasce in Italia dunque nell’estate 1989 e insieme a lui viene al mondo la gemella Stefania. Una coppia di predestinati considerando che Stefania è ritenuta uno dei grandi talenti del volley femminile italiano. La storia calcistica di Stefano inizia nel Centro Italia Parma, società umbra satellite di quella emiliana. A Parma però nessuno si accorge del talento di Stefano che nel 2002 approda tra i professionisti con la maglia del Cittadella. Gioca subito una stagione esaltante con la formazione dei Giovanissimi con la quale realizza dieci gol. Poi passa, naturalmente sotto età, agli Allievi. Sono gol pesanti che fanno piovere su di lui le attenzioni di molte società importanti: il Milan e, da Oltremanica, l'Aston Villa. Ma sono la Roma e l'occhio infallibile di Bruno Conti ad avere la meglio e nell'estate del 2004 Stefano approda a Trigoria.
A LIVELLO MAGGIORE La sorella gemella Stefania, gioca in serie A1 a Busto Arsizio
Nel soprannome che gli è stato affibbiato nelle stagioni di Siviglia c’è molto di Julio Baptista: “la Bestia”. C’è tutta la sua potenza dirompente, nella corsa, nel tiro, sia da fermo che in movimento, nella sua capacità di scardinare le difese avversarie. Un soprannome che però non racconta tutto. Non racconta ad esempio di un calciatore che per tecnica e piedi è realmente brasiliano: non solo potenza insomma. Non solo “la Bestia”.
SELECAO - Non è un caso che Julio Baptista già dal 2001 graviti nell’orbita della nazionale brasiliana e non è un caso che Carlos Dunga, il selezionatore verdeoro, negli ultimi anni ne abbia fatto una delle colonne del suo undici. Una fiducia che Julio Baptista (43 presenze e 10 reti in verdeoro) ha ampiamente ripagato. Lo scorso anno ad esempio è stato uno dei protagonisti della conquista della Coppa America (la seconda personale dopo quella alzata nel 2004) da parte del Brasile. Proprio un suo gol, peraltro magnifico, ha spianato la strada della vittoria nella finale di Maracaibo giocata contro l’Argentina. Un controllo all’interno dell’area di rigore, rientro e tiro potentissimo sul secondo palo con il destro. Un gol splendido da centravanti vero. Non una rarità nel repertorio di Julio Baptista.
GOL A RAFFICA – Proprio la capacità di vedere la porta è una delle qualità che lo hanno reso famoso. Merito suo, ma anche di Joaquin Caparros, il tecnico che nel Siviglia ha avuto la capacità di sfruttarne al meglio le caratteristiche.
Negli anni trascorsi in Brasile con la maglia del S. Paolo, infatti, Julio Baptista era stato impiegato prevalentemente come centrocampista a protezione della difesa. Un ruolo suggerito dalla stazza fisica del giocatore e dalle sue capacità di interdizione. Caparros lo ha invece proposto come trequartista, una mezza punta libera di svariare alle spalle del centravanti. Nel nuovo ruolo Julio Baptista si è rivelato devastante: 20 gol al primo anno in Spagna, 18 al secondo. Un impatto straordinario nella sue prime stagioni europee e nella Liga che ne hanno fatto lievitare le quotazioni e che gli hanno messo addosso gli occhi delle più importanti società.
25 MILIONI – Se al Siviglia erano bastati tre milioni di euro per convincere il San Paolo a cedere il giocatore, al Real Madrid ne sono serviti quasi 25. Il trasferimento a Madrid in realtà non ha giovato a Julio Baptista che, spesso impiegato in una posizione di campo meno offensiva e con pochi minuti a disposizione, non è riuscito a confermare quanto di buono fatto vedere in Andalusia. Dubbi su di lui. Che hanno portato il Real a cedere in prestito il giocatore all’Arsenal. Anche l’anno in Premier League non è stato all’altezza e Baptista è ritornato a Madrid, in tempo per vincere la Coppa America con il Brasile e per contribuire alla vittoria della Liga da parte della squadra di Bernard Schuster, realizzando il gol della vittoria nella sfida contro il Barcellona.
Agostino Di Bartolomei (Roma, 8 aprile 1955 – Castellabate, 30 maggio 1994) è stato un calciatore italiano che giocava come centrocampista o libero.
Centrocampista forte tecnicamente e fisicamente roccioso, faceva della visione di gioco abbinata alla potenza la sua arma vincente. In possesso di un tiro potentissimo, usava battere punizioni e rigori con una percentuale altissima di realizzazione. Non essendo molto veloce, sostituiva questa sua carenza con il senso della posizione in campo. Regista di assoluta classe, ha guidato in particolare Roma, Milan e Salernitana da assoluto leader di centrocampo.
Biografia
Di Bartolomei nacque in una delle poverissime borgate romane, tra i caseggiati popolari in condizioni di sovraffollamento e miseria.
Crebbe come campione vicino a Tor Marancia, il quartiere nel sud di Roma in cui era nato, nell'Oratorio S. Filippo Neri alla Garbatella. Passò alla Roma giovanissimo, e si fece subito notare per la sua eccellente tecnica di gioco, entrando presto nella prima squadra della Roma, con cui vinse un titolo del campionato Primavera.
Nel 1972 (stagione 72/73), giocò la sua prima partita con la casacca giallorossa. L'anno seguente subì un grave infortunio al ginocchio, che lo mise fuori gioco per qualche tempo, e gli causò dolori lancinanti impedendogli persino di dormire per otto giorni consecutivi.
Nel 1975 andò in prestito al Vicenza, dove fece esperienza pronto a rientrare alla Roma per ricoprire un ruolo primario. Dalla stagione 76/77 Agostino Di Bartolomei diventò titolare inamovibile della Roma, formando un team perfetto con il brasiliano Falcao.
Con l'avvento della presidenza di Dino Viola e con il ritorno di Nils Liedohlm alla guida dei giallorossi, Di Bartolomei divenne il leader della squadra. Negli anni Ottanta raggiunse l'ambito ruolo di capitano della Roma, spesso osannato dal pubblico che, in coro, usava acclamarlo con un ritornello presto diventato mitico: OHOOO Agostino Ago, Ago, Ago, Agostino gol....
Di Bartolomei era un capitano atipico, sempre molto educato e posato nelle sue discussioni con gli arbitri: quando discuteva una decisione o chiedeva chiarimenti, si presentava con le mani raccolte dietro la schiena, con un fare conciliante e mai aggressivo, al contrario di quanto avveniva per quasi tutti gli altri giocatori.
All'inizio della stagione 1982/83 Liedholm ebbe la strana idea di arretrarlo al ruolo di libero, lasciato vacante dalla partenza di Maurizio Turone. Nonostante le prime perplessità sia da parte del pubblico che dello stesso giocatore ed i primi fallimentari risultati sul campo, col tempo il nuovo ruolo mostrò i suoi esaltanti frutti grazie soprattutto alla presenza di Pietro Vierchowod che suppliva alla carenza di velocità di base dello stesso Agostino, con azioni di recupero difensive mai più viste in un campo di calcio.
Le doti di Di Bartolomei erano decantate da Liedholm, che ne apprezzava i "lanci lunghi e perfetti", la "corsa elegante con la testa sempre alta" e i "tiri tremendi".
Questa stagione lo vide conquistare lo scudetto e segnare 7 gol in campionato su 28 presenze, mentre la seguente, 1983/84, caratterizzata dalla sconfitta contro il Liverpool nella finale di Coppa dei Campioni, fu l'ultima in giallorosso.
In totale Ago giocò con la Roma 308 gare (146 da capitano) segnando 66 gol. In 11 stagioni giallorosse conquistò anche tre Coppe Italia.
Tecnicamente parlando e dal punto di vista morale, dell'immagine, della lealtà e della sportività globale Agostino rimane un esempio indiscutibile del calcio italiano come pochi altri, ad esempio Gaetano Scirea.
Nella sua avventura romana ha ricevuto una sola espulsione, nella stagione 1978/79 contro la Juventus (gli venne sventolato il cartellino rosso insieme a Pietro Paolo Virdis), in cui segna però anche la rete della vittoria.
Nel 1984 venne inaspettatamente venduto per risanare le casse della società, complice l'arrivo del nuovo coach Sven Goran Eriksson: un mese dopo la sconfitta contro il Liverpool in finale di Coppa dei Campioni, giocò la sua ultima partita in maglia giallorossa nella finale di Coppa Italia vinta contro il Verona. I tifosi gli dedicarono uno striscione: "Ti hanno tolto la Roma ma non la tua curva". Si vociferò insistentemente di contrasti con Falcao, precipitati dal fatto che quest'ultimo si sarebbe rifiutato di tirare un rigore nella finale per una lesione di cartilagine.
Militò successivamente nelle file del Milan, e durante questo periodo, nel 1985 fu coinvolto nell'unico vero episodio di scorrettezza della sua carriera: l'attaccante romanista Ciccio Graziani colpì duramente Di Bartolomei in un intervento, e la reazione di quest'ultimo unita alle intemperanze dei compagni (ed ex-compagni) di squadra trasformò la partita in una rissa. Nelle interviste del dopo-partita, l'ex-compagno Bruno Conti disse che Ago giocava "tranquillo, pulito, senza mai uscire dal campo sudato", un'ambiguità che colpì molto i sentimenti del giocatore. Ma evidentemente il giocatore si sentì tradito dal comportamento della sua ex-società. Con il Milan disputa tre ottime stagioni segnando, tra l'altro, un bellissimo gol in un derby indimenticabile per i colori rossoneri.
Nel 1987 il Milan entrò nell'Era Sacchi, e nella squadra del "modulo" sacchiano non c'era più spazio per un regista puro ma lento come Di Bartolomei (ormai trentaduenne). Venne ceduto al Cesena; concluse la sua carriera nel 1990, nelle file della Salernitana, dove contribuì al raggiungimento della storica promozione in serie B dopo 24 anni di assenza.
Al termine della sua carriera calcistica, pur essendo stato sempre polemico con la vecchia dirigenza per la sua cessione, aspettò a lungo l'interessamento della Roma nei suoi confronti per iniziare una carriera dirigenziale nella squadra della sua città; interessamento che però non ci fu mai.
Fu anche opinionista per la RAI durante i mondiali di calcio nel 1990. Morì suicida il 30 maggio 1994 a S. Marco di Castellabate, un paesino della costa cilentana dove viveva, dopo essersi sparato un colpo di pistola al cuore a dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa dalla Roma contro il Liverpool. Di Bartolomei pulì la sua Smith & Wesson calibro 38 con cura, poi si sparò dritto al cuore alle 10.50 del mattino, sul balcone della sua villa. L'intervento del figliastro che tentò di rianimarlo fu inutile.
I motivi del suicidio inizialmente ignoti - si parlò di alcuni investimenti andati male e l'apertura di una scuola calcio di poco successo - divennero chiari quando venne trovato un biglietto strappato in cui il calciatore spiegava i motivi del gesto: era in crisi economica, gli era appena stato rifiutato un prestito e si sentiva abbandonato dagli ex-compagni, "mi sento chiuso in un buco", scrisse
Recentemente il Comune di Roma gli ha dedicato una strada, insieme ad un altro sfortunato giocatore capitolino, l'ex-laziale Luciano Re Cecconi.
A San Marco di Castellabate, dove è morto, è stata fondata una scuola per giovani calciatori che porta il suo nome.
Alla vicenda sportiva e umana di Agostino è liberamente ispirata la storia di uno dei due protagonisti del film L'uomo in più di Paolo Sorrentino.
La canzone "La Leva calcistica del '68" di Francesco De Gregori non è dedicata a Bruno Conti, come alcuni sostengono erroneamente, ma ad Agostino Di Bartolomei.
Inoltre è a lui dedicata (ed è citato insieme a Marco Pantani e Luigi Tenco) la canzone di Antonello Venditti Tradimento e perdono contenuta nell'album Dalla pelle al cuore pubblicato nel 2007.
Chi guarda distrattamente il calcio non ha capito bene che cosa ci sia di tanto straordinario nel fatto che l'Inter abbia vinto il campionato, visto che negli ultimi anni ha speso una sassata di miliardi, è imbottita di campioni ed è arrivata prima pure l'anno scorso. Insomma, dov'è la notizia? Invece chi segue il pallone, quali che siano i suoi colori, sa che ci si trova di fronte a una rivoluzione copernicana, che non cambierà le sorti del paese ma in compenso stravolge le chiacchiere da bar e costringe tutti (interisti e no) a cambiare dopo oltre un decennio le regole non scritte delle litigate e degli sfottò in ogni luogo di lavoro della Repubblica.
Insomma, da questa settimana mutano ufficialmente i linguaggi, le polemiche e i memi da utilizzare quando ci si trova immersi nelle discussioni più consuete della socialità quotidiana. Quella che segue è dunque una breve guida per non farvi trovare impreparati al confronto, a seconda delle vostre preferenze calcistiche e tenendo conto che nel calcio - passione del tutto irrazionale - sono ammesse anche le argomentazioni più assurde, mentre la verità è mobile e soggettiva come in un film di Kurosawa.
Siete juventini
In quanto tifo di maggioranza relativa, è giusto partire da voi bianconeri. Fino a pochi anni fa, si sa, eravate oggetto di un odio popolare trasversale, il che vi faceva peraltro stare benissimo perché vincevate sempre. Poi le cose sono drasticamente cambiate e adesso, purtroppo per voi, in giro state molto più simpatici. Ma questo non è un buon motivo per non polemizzare, soprattutto con chi vi ha indebitamente sottratto - anzi rubato - lo status di squadra padrona e magari un po' predona. Quindi, sia ben chiaro che (anche) questo scudetto l'Inter l'ha vinto solo per merito di Guido Rossi, l'ex commissario della Federcalcio di nota fede nerazzurra che due anni fa guidò il sordido complotto di Calciopoli spedendo la Juve in serie B e assegnando a Moratti quel 14 titolo che altrimenti non avrebbe mai conquistato. Fu a seguito di quella manovra di palazzo, infatti, che la Juventus retrocessa si trovò costretta a vendere all'Inter i suoi due giocatori più bravi - Vieira e Ibrahimovic - senza i quali quest'anno Mancini e soci sarebbero arrivati al massimo terzi. Basta vedere la quantità di punti procurata in campionato dai due campioni trafugati e sottrarli alla classifica finale per scoprire che senza di loro la società di Moratti sarebbe sì e no nei preliminari di Champions, altro che tricolore. Ricapitolando: il 14 scudetto l'Inter l'ha arraffato a tavolino, il 15 l'ha saccheggiato con la Juventus smembrata da Calciopoli e costretta in serie B, quindi non vale niente, e al 16 è arrivata trafelatissima solo grazie ai due fuoriclasse estorti due anni prima ai bianconeri. Dunque l'ultimo titolo buono dell'Inter è quello del 1989, con Trapattoni in panchina, Matthaus in campo e De Mita premier. Per quanto riguarda i successivi, i nerazzurri sono solo "indossatori di scudetti altrui" .
Argomentazione aggiuntiva e facoltativa, a seconda del vostro grado di partigianeria: perché la Juventus è finita in B per le vaghe telefonate di Moggi e nessuno processa l'Inter dopo che sono state intercettate le frequentazioni malavitose di Mancini e Zanetti? Ulteriore variante, se siete juventini antiberlusconiani: lo spacciatore di droga ad Appiano Gentile non è come lo stalliere della mafia ad Arcore?
Siete romanisti
I suggerimenti polemici per voi giallorossi sono quasi superflui: in questi giorni basta accendere una delle radio tifose della capitale e ve ne saranno forniti in quantità tale da riempire una Wikipedia. Se tuttavia vi serve un pratico bigino, ecco i principali: 1. La Roma ha giocato meglio, anzi ha praticato quello che viene unanimemente considerato il più bel calcio del campionato. 2. L'Inter è stata palesemente aiutata dagli arbitri, il campionato è stato deciso dall'iniqua espulsione di Mexes nello scontro diretto di fine febbraio, dal mancato cartellino rosso a Materazzi contro il Parma e dalle molteplici agevolazioni di cui l'Inter ha goduto nel periodo cruciale, quello in cui i nerazzurri erano in crisi. 3. Non è leale il confronto tra un club che ha un'infinita disponibilità economica per collezionare fuoriclasse e un'altra che invece punta sul collettivo e sulla qualità di gioco. 4. L'Inter non dovrebbe nemmeno giocare il campionato italiano perché è una corazzata di mercenari stranieri: quindi, poveri fan nerazzurri che tra qualche settimana non avranno quasi nessuno dei loro agli Europei (copyright Enrico Vanzina). In sintesi estrema, le parole chiave sono: scudetto morale, aiutini, strapotenza economica, campionato falsato.
Poi ovviamente c'è l'argomentazione classica, vale a dire far notare com'è triste, cupa e menagrama la platea interista rispetto al solare innamoramento dei giallorossi per la Roma. Ultimo caso: la gioiosa festa con cui sono stati accolti a Fiumicino i secondi arrivati, da confrontarsi ipoteticamente con la festa (in senso opposto) che gli interisti avrebbero fatto ai loro giocatori se questi avessero perso lo scudetto all'ultima giornata. Insomma, "avete solo la nebbia". E se tutto questo non vi appagasse, come ha scritto il sito Corederoma.it, ricordatevi che "solo nei film c'è il lieto fine: nella realtà il prepotente regna, il corrotto prospera, i terremoti uccidono e l'Inter vince lo scudetto". Probabilmente può bastare.
Siete milanisti A prima vista, la situazione per voi appare un filo più complessa. Il quinto posto non è un'eccellente base di partenza per contrapporsi frontalmente al nemico in questo momento. Tuttavia, di fronte ai cortei di giubilo nerazzurri, sotto la pioggia di domenica, in via Marghera c'era un passante rossonero che urlava come augurio "Pleurite, pleurite!". Insomma, non è che adesso bisogna per forza fare i signori. E poi, ragazzi, c'è sempre un passato recente su cui si può fare forza. "Meglio un anno in coppa Uefa che 43 anni senza Champions", ad esempio, è in questi giorni la tesi più ricorrente sui forum dei tifosi milanisti. Insieme a "oggi il calcio è morto", "noi vi abbiamo insegnato come si vince in Europa, ora vediamo se avete imparato qualcosa", e il definitivo "noi siamo campioni del mondo, chissà se voi lo diventerete nel 2010". Siccome poi non è che il tifo contro sia esattamente una cena di gala, molto gettonato è anche "un anno da 'campioni' non cancella una vita da coglioni". Chi ha una visione più cartesiana tende a ricordare i numeri (7 coppe dei campioni al Milan e 2 all'Inter, 104 derby vinti dal Diavolo contro i 90 dei cugini, e già che ci siamo ci sarebbero le cinque Supercoppe europee a zero). Altri fanno affidamento alle origini: i veri derby il Milan "li giocava quando l'Inter non esisteva ancora, cioè contro l'Enotria Goliardo e l'Ausonia pro Gorla".
Siete interisti
Licenziare lo psicoanalista è sempre un passaggio difficile, nella vita, anche se lo si fa a guarigione avvenuta. E siccome ora vi hanno detto che "sono scomparsi i fantasmi del 5 maggio", per voi il momento purtroppo è arrivato. Certo, ci sono alcuni problemi collaterali: che farne, ad esempio, di tutti i libri sulla vostra ventennale sindrome da perdenti? E chi vi racconterà la solita barzelletta sul tizio affetto da amnesia che accetta serenamente la notizia di avere l'Aids ma si butta dalla finestra quando gli dicono che è interista? E come si fa adesso che non si può più posare col volto affranto sugli spalti dopo la sconfitta, uno stereotipo da prima pagina più comune del cormorano unto di petrolio dopo l'affondamento della petroliera? Insomma, è a rischio la vostra unicità, la vostra diversità da tutte le altre squadre, che a volte vincono e a volte perdono. Ci avevate costruito un'identità, su questa "dolcissima malinconia" (copyright Beppe Severgnini) e adesso vi tocca trovarne un'altra. Mica facile.
Però una buona base di partenza può essere la sindrome da accerchiamento, quella del tipo: "Abbiamo vinto contro tutto e contro tutti" (copyright Massimo Moratti, molto citata lunedì a Milano). Ma se davvero volete sapere come ci si comporta dopo aver portato a casa uno scudetto, potete prendere esempio dagli eterni goliardi di Interisti.org. Che, invece di esultare sguaiatamente, nel giorno del trionfo hanno scelto l'understatement dedicando la loro pagina Web ai rivali rossoneri precipitati in coppa Uefa:"Attento Milan: non sottovalutare lo Slogobonetz Sport".
Dopo la brillante vittoria della Roma in Coppa Italia, un successo cui e’ mancato solo il gol del raddoppio per mettere al sicuro il risultato in vista del ritorno, la squadra giallorossa riparte in campionato a caccia del primo posto in classifica.
La Roma affronta il Livorno all’Olimpico con l’obbligo di conquistare i 3 punti. Infatti da qui alla fine del campionato la formazione di Spalletti sara’ costretta a vincere sempre se vuole ancora cullare il sogno di scavalcare l’Inter e di conquistare lo scudetto.
Naturalmente non sara’ un’impresa facile, ma e’ l’unica strategia. A questo proposito e’ comunque confortante la forza mentale e anche física dimostrata negli ultimi incontri.
Sia contro il Catania che contro l’Udinese, ma anche nella gara giocata con il Genoa, la Roma ha corso fino all’ultimo minuto, crescendo moltissimo nel secondo tempo e dimostrando grande forza di carattere e anche grande forma física.
Inoltre la partita di Coppa Italia contro gli etnei ha messo in luce i giocatori che quest’anno hanno finora trovato meno spazio. La prova di Brighi e Antunes, ma anche quella di Esposito, che pure ha palesato qualche difficolta’, ha evidenziato che questi sono giocatori su cui si puo’ sempre puntare, e che potranno essere utili in questo finale di stagione in cui ci vorra’ l’aiuto di tutto il gruppo per riuscire ad ottenere il massimo.
Ma soprattutto, la gara di mercoledi’ ha restituito alla Roma un capitano in grandísima forma. Un recupero fondamentale in vista delle ultime partite perche’ Francesco Totti e’ l’unico in grado di far girare la squadra al meglio, soprattutto quando gli avversari si barricano in difesa, come contro il Catania. Il numero 10 giallorosso e’ capace di risolevere qualsiasi situazione con una giocata delle sue.
A proposito di Totti, in questi giorni ci sono stati diversi attacchi indiscriminati ed eccessivi nei confronti del capitano giallorosso. Queste persone continueranno a punzecchiare lui e la Roma nei prossimi giorni per cercare di destabilizzare l’ambiente, ma la squadra di Spalletti non deve farsi distrarre da queste voci e concentrarsi solo sul campionato.
Tornando al Livorno, la formazione di Camolese, ultima in classifica, verra’ all’Olimpico con un atteggiamento molto difensivo, cercando di ripetere la gara fatta dal Catania in Coppa. Per questo la Roma dovra’ comportarsi come gia’ fatto contro Catania ed Udinese, specialemnte nel secondo tempo, con la stessa intensita’, la stessa, forza, la stessa determinazione e lo stesso impatto sulla partita.
PARTITA. Il modulo del Livorno e’ un 3-5-2 che spesso quest’anno e’ diventato un 3-5-1-1 con la sorpresa Diamanti schierato in attacco alle spalle di Tavano.
La squadra di Camolese deve provare a salvarsi, anche se non sara’ un’impresa facile, e all’Olimpico cerchera’ di limitare i danni in difesa per poi cercare di colpire in contropiede con i suoi giocatori molto rapidi.
Per questo il tecnico amaranto schierera’ una difesa a 3 molto bloccata formata da Grandoni, Knezevic e Galante, gente molto forte físicamente e predisposta alla marcatura ad uomo. Mentre in porta si trova uno degli ex giallorossi, Amelia, che e’ sicuramente uno degli uomini di punta della squadra di Spinelli.
Ubaldo Righetti
Tonetto, contro una squadra toscana per continuare a segnare
È arrivato (quasi) al termine della sua diciassettesima stagione da professionista, la dodicesima in serie A. Max Tonetto da Trieste, trentaquattro anni a novembre, ne ha percorsa di strada, nella vita e sui campi di calcio. La sua prima stagione nella Capitale, quella passata, è stata memorabile: corsa, dribbling, assist, propensione offensiva e copertura in difesa. Irripetibile, il Tonetto del 2006/2007. A tal punto che la stagione in corso dell’esterno triestino appare insufficiente, pensando al passato. Con tutta probabilità, invece, il vero Tonetto è il giocatore di questa temporada; il campionato precedente è stato (forse) un caso straordinario. Che, col tempo, ha portato solo pressione e paragoni negativi, a Max. Ora, nella testa, lui ha solo il Livorno e la voglia di tagliare per primo il traguardo tricolore. Nella sua quindicennale carriera, ha affrontato gli amaranto toscani vestendo anche le maglie del Lecce e della Sampdoria, oltre a quella giallorossa, battendoli quattro volte in nove partite e spartendo, con loro, un punto al termine di tre gare. Numeri alla mano, la stagione del numero 22 giallorosso rimane pur sempre di grande quantità. In campionato ha collezionato 30 gare (28 da titolare) condite anche dal primo ed unico gol, finora, in maglia giallorossa, per un totale di 2645 minuti effettivi; in Coppa Campioni ha disputato 8 partite (6), correndo per 603 minuti; mentre in Coppa Italia ha raggiunto, con il match contro il Catania, i 316 giri d’orologio, in 5 confronti. «Tanta roba…», direbbe Spalletti del suo esterno. Max lo sa. Ma non ha convinto tutti, in questa annata. Per farlo potrebbero bastare delle ottime prestazioni negli ultimi trenta giorni di stagione, o, semplicemente, un altro bel gol. Il primo l’ha fatto ad una compagine toscana, l’Empoli, all’Olimpico. E sabato, a Roma, arriva di nuovo una squadra dalla Terra del tecnico giallorosso. Buona fortuna, Max.
Benedetto Saccà
Roma, molta cura anche nella gestione dei cartellini...
Squadre che come la Roma, sono ormai costantemente nell’elite del calcio nazionale ed europeo, non si possono permettere di lasciare nessun evento al caso, specie se si parla di una cosa delicata come la gestione delle sanzioni disciplinari nel corso di un campionato lungo e duro come quello italiano.
Sono state in totale dall’inizio del campionato ad oggi, comprendendo la Supercoppa Italiana che condiziona il conteggio delle squalifiche, 80 le ammonizioni, e 5 le espulsioni.
In virtù di ciò, le giornate di squalifica accumulate dalla squadra di Spalletti sono state fin qui 19, cifra che colloca la Roma a metà di questa speciale classifica, guidata dalla Sampdoria con 29 giornate, e chiusa dalla Fiorentina con appena 11 giornate di squalifica ricevute.
Benché, il numero dei giocatori che hanno dovuto saltare almeno un turno per sanzioni disciplinari, è pari a 14 (il 61% circa calcolato sui 23 giocatori fin qui schierati), i turni di squalifica sono stati ben assorbiti dalla squadra, se si considera che su 33 partite fin qui disputate, solo in 15 di queste si è dovuto far a meno di uno o più giocatori fermati dal giudice sportivo.
Doni, Brighi, Totti e Juan, benché ammoniti non hanno ancora dovuto scontare nessun turno di squalifica, mentre tra i giocatori scesi in campo almeno una volta, Antunes, Curci ed Esposito, non sono stati mai sanzionati con un “giallo”.
Il Torino con 16 giocatori squalificati, guida questa graduatoria, chiusa dal Milan con soli 8 calciatori oggetto di sanzioni disciplinari.
Il dato assume un’importanza ancora più rilevante nella gestione oculata dei cartellini rimediati, se si pensa che le rinunce a giocatori squalificati in 15 partite diverse, per ben 11 volte è stato contro squadre di media-bassa classifica, e solo in 4 casi contro squadre di alta classifica, e cioè con Inter, Fiorentina, Sampdoria e Udinese.
In solo 3 di queste gare, se ne è dovuto fare a meno per una squalifica multipla, e cioè con più di un giocatore assente per guai disciplinari; in 2 di queste, entrambe riguardanti turni casalinghi contro il Catania (assenti Tonetto e Panucci) e contro l’Empoli (assenti Mexes e Aquilani), il risultato finale è stato la vittoria.
Si è fatta un pò più pesante la situazione, quando a mancare per squalifica erano 3 i giocatori in totale, come nel caso della trasferta di Cagliari, dove si pareggiò forse anche in virtù delle pesanti assenze di Perrotta, Vucinic e De Rossi.
Resta comunque più che confortante il computo dei risultati relativi alle gare nelle quali si è dovuto fare a meno di qualcuno per squalifica: su 15 gare 11 vittorie e 4 pareggi.
I giocatori giallorossi più colpiti da giornate di squalifica, sono stati fin qui De Rossi e Mexes con 3 turni a testa, con 2 troviamo Perrotta, e con 1 Aquilani, Cassetti, Cicinho, Ferrari, Giuly, Mancini, Panucci, Pizarro, Taddei, Tonetto e Vucinic.
Uno sguardo ai direttori di gara, “complici” di tali sanzioni; il più severo in assoluto con i giocatori della Roma, è stato nelle partite fin qui disputate Roberto Rosetti con 13 ammonizioni e 2 espulsioni comminate agli atleti giallorossi in solo 4 gare, compresa la Supercoppa, da lui dirette con la Roma per una media-ammoniti di 3,25 per gara (tutte arbitrate con Roma in trasferta).
Non scherza neanche Massimiliano Saccani, che in 5 direzioni ha estratto il cartellino giallo nei confronti di giocatori giallorossi per ben 14 volte, per una media-ammoniti per gara di 2,80; rimane ad oggi l’arbitro che in questo campionato ha ammonito di più i giocatori di Spalletti.
L’ascolano Emidio Morganti, con 10 ammonizioni ed 1 espulsione, è per ora in terza posizione in questa “speciale” graduatoria con una media-ammonizioni per gara di 2,50 per gara.
Con la stessa media ammonizioni, ma con un’espulsione in meno anche Luca Banti e Gianluca Rocchi.
Nota curiosa: tutti e 14 i direttori di gara designati fino ad ora per la Roma in questo campionato, hanno estratto almeno una volta il cartellino giallo.
Chi dovrà fare particolarmente attenzione ai cartellini gialli da qui alla fine del torneo, e Daniele De Rossi che da ora in poi, in conseguenza dei suoi 12 cartellini gialli accumulati, sarà in diffida continua, cioè ad ogni ammonizione scatterà automatica una giornata di squalifica.
Speriamo quindi che Daniele giocatore di temperamento e grossa generosità, riesca a limitare il suo impeto per non lasciare nemmeno per una partita, la sua squadra priva di una risorsa fondamentale in un momento di particolare importanza, specialmente per lui, che più d’ogni altro, ci crede ancora…